Maggio 2000 - Maggio 2010

Mestre dieci anni dopo

Trasferta oceanica, vittoria e promozione in C1: 

cronaca di una stagione da ricordare

 

di Renzo Sanna

 

Sembra passato un secolo, non un decennio. Restano solo l’Acquedotto e Bruno Pala, il resto è un’epoca lontana. Le istantanee di quella stagione irripetibile come una favola sono scatti di un’altra era e di un altro calcio. Parlano di una Torres diversa, sebbene ancora viva negli occhi di tutti i torresini che si reinnamorarono della loro creatura e un po’ anche del pallone. Inafferrabile e irriproducibile. Forse l’ultima pagina sassarese di un calcio ancora antico, con Leonardi e le sue idee fisse, Garau che a volte faceva il libero, Langella che correva come le ali che non ci sono più, quel greco che sembrava lo straniero come una volta era nel calcio italiano quando non comandavano la tv e Internet, arrivato da un altro pianeta a far sognare. Neanche fosse Orsi o Schiaffino. Ma l’effetto era lo stesso, con quel cognome esotico e la sensazione che ogni cosa che toccava diventasse gol.

 

E Alimenti Sardi sulle maglie, segno di un tempo, neanche troppo lontano ma ormai sideralmente distante, in cui il calcio del nord riusciva ancora a scucire qualcosa alla politica del sud. E il quartetto di dirigenti, i rapporti con la Juve, Vanni Sanna. Sembra un’altra storia, 3700 giorni dopo, e in effetti lo è. Ma quella stagione indimenticabile e lontana fu comunque un capolavoro, forse oltre l’intenzione di chi lo costruì. A Mestre, il 14 maggio, la Torres dovette solo mettere il sigillo, scivolando in discesa sull’abbrivio di un entusiasmo ormai inarginabile. Però l’impresa era stata quella di 7 giorni prima. Il sorpasso, l’ultimo sorpasso rossoblù prima di dieci anni divertenti e poi così così e ancora entusiasmanti e infine deprimenti, era avvenuto per caso, ma aveva gonfiato il cuore dei cinquemila che ancora ci credevano.

Per caso, perché quando deve andare bene c’è il tocco dell’imprevedibile a spingere verso l’ebbrezza: poi sembra che tutto sia stato incanalato dai tuoi meriti e dalla tua tenacia, ma senza quel colpo di fortuna sarebbe stata una storia diversa. Penultima giornata, il 7 maggio 2000, Torres indietro di due punti rispetto al Rimini primo e lanciato verso la C1, e Triestina adagiata coi rossoblù al secondo posto, senza credere più di tanto nel primo e sperando di mantenere almeno quello d’onore, visto che a pari punti con Sassari sarebbe seconda per via di un terribile 4-1 al Nereo Rocco. Ma il banco salta, senza una vera spiegazione, in un pomeriggio dolce, quasi estivo. La Torres, sfiancata da quattro mesi di rincorsa, abbatte a fatica la Vis Pesaro, gol manco a dirlo di Karasavvidis nel primo tempo e poi solo sofferenza e orecchie tese. C’è la Triestina che perde a Gubbio, e già la giornata sembra più dolce e più estiva.

Poi, l’imponderabile: il Rimini si squaglia al momento giusto, come se i bollori che arrivano dall’Isola ne sciogliessero le gambe improvvisamente rammollite. Aveva perso a Sassari, nettamente, a marzo, ma poi vinto a Trieste e la marcia sembrava trionfale, anche dopo la sconfitta in casa col Mestre. Ma l’avvisaglia si sarebbe trasformata in profezia. E Luciano Foschi - futuro allenatore rossoblù perché il caso non lavora mai veramente per caso -, onesto centrocampista dai piedi buoni, segna a fine carriera il gol che lancia la sua anonima squadra – il Castel San Pietro – verso la salvezza, butta il Rimini nell’inferno dei playoff, che perderà proprio con Pesaro, spinge la Torres in paradiso. Di tacco, ovvio, perchè le cose belle a volte devono essere anche perfette. 

 

E’ fatta, lo capiscono tutti, anche se Bebo Leonardi, la scaramanzia personificata, tocca ferro e tiene a bada l’entusiasmo. Non ci riesce, ma sa anche lui che il trionfo è a un passo. Gli basta solo accompagnarlo, l’entusiasmo, traghettarlo senza scossoni verso Mestre. Per lui, maestro del traghettare, è ormai un gioco. Del resto la storia parla chiaro: basta dargli un portiere, un libero, un mediano e un dieci, e lui si sente tranquillo. Il resto lo plasma pian piano, lo fa diventare prezioso col tempo. Cavalca le onde che la stagione gli fa passare dinanzi, col suo calcio con poche varianti ma di un’efficacia solare. Il giochetto gli era già riuscito nell’87, promozione con modalità analoghe, e nel ’90, salvezza miracolosa.

 Dopo un decennio lo tira fuori dall’armadio dei ricordi Nardo Marras, uno che in fatto di cogliere al volo la situazione è secondo a pochi, e l’atmosfera si fa subito magica. Marras è il presidente della rifondazione, che scaccia i fantasmi dopo un quinquennio di vivacchiamento: un gruppo di imprenditori si compra per poche lire il giocattolo, lui deve farlo funzionare. Crea – la riproporrà dieci anni dopo, con esiti un po’ diversi – la sinergia con la femminile, si affida all’intuito di Vanni Sanna, alla prima uscita ufficiale dice di voler vincere. E poi presenta la squadra a Santa Maria, sfiora la vittoria nell’amichevole – nefasta per altri versi – col Cagliari, lancia prezzi popolari in abbonamento. Si arruffiana con lampi di sassarese ria e fondoschiena il popolo che sembrava perduto, e non lo perde più. Poi, a gennaio, lascia la presidenza a Rinaldo Carta perché si candida sindaco, ma quella è un’altra storia, che si conclude parallela - male, nel risultato - il 30 aprile, quando la città consegna le chiavi di Palazzo Ducale al suo primo sindaco di destra.

La Torres non è troppo sbilanciata, invece, né a destra né a sinistra. La solita squadra leonardiana, poco duttile e molto vincente. Talmente vincente che quel 14 maggio, a Mestre, gioca senza Teo Karasavvidis, che con la Vis aveva segnato il suo gol numero 19. Ma si era capito che era tutto parte del gioco, e qualcuno aveva pure intuito che il greco, dopo quei numeri, di gol non ne avrebbe fatti più. Soldi sì, a palate, ma quella è un’altra storia ancora. Il greco che non si è mai ben capito chi l’abbia fatto arrivare, che andrà via a settembre e farà bene, per il suo conto e la Torres, rimane ammantato di gloria, nell’immaginario torresino, un sogno perfetto come quella domenica di metà maggio a Mestre. Non contavano più la stanchezza, i punti persi, le delusioni di dicembre (un punto in quattro partite e la scoppola nella bora di Trieste), le dimostrazioni di forza, i 35 punti già fatti nel ritorno contro i 29 dell’andata, i 53 gol e le 18 vittorie. Si doveva vincere e basta, a Mestre, e l’arancione dei veneti già salvi non faceva paura. In quello stadio pieno di ferro, con una tribunetta coperta che sa di bocciofilo, arriva un numero di sassaresi che mai nessuno saprà quantificare.

 

Arrivano a drappelli: un gruppo ultras via Civitavecchia, tre pullman via Genova, altri in aereo, e poi i sardi del nord e di ovunque. Facce da Alessandria e da Flaminio, facce nuove, facce diffidate. Improvvisamente fulminate da re innamoramento, perché a Sassari funziona così. Al fischio d’inizio, ebbri prima di cominciare perché la C2 era già dimenticata, bruciata nel lungo viaggio verso nordest, sono seicento o ottocento o mille, secondo le correnti di pensiero, e vivono nel sole non troppo pallido del Veneto una giornata indimenticabile. Perché Leonardi raramente fallisce,e anche stavolta consegna le chiavi alle persone giuste: Langella, uno che Bebo e pochi altri in carriera hanno sono riusciti a spremere completamente, segna in diagonale, come piace a lui, poi c’è l’autogol dei morbidi arancioni, che se la giocano ma non troppo, e nel secondo tempo, mentre il ferro colorato di rossoblù ondeggia di entusiasmo e alcol, Amoruso suona la sigla finale. 

 

Tre a zero, come le grandi squadre, il Rimini vince a Tempio e chi se ne frega. Si aprono i cancelli e il popolo ruba fili d’erba, mentre i gemellati trentini vanno a risolvere conti in sospeso coi mestrini. Altra storia, anche quella. Leonardi manda in campo otto sardi, quel giorno, regalando gloria a tutti. Perché lui sa chi gli ha regalato il trionfo, ma sa anche cogliere il momento come pochi. E alla fine, con quella supponenza molto romana, quelle poche frasi standard ripetute a rotazione e il sorriso beffardo, tradisce anche un po’ di emozione. E’ riuscito, come lui solo, e solo a Sassari, sa fare, a mettere tutti d’accordo: i sassaresi (Udassi in testa), i sorsensi (Tore Pinna e Langella ), i cagliaritani (Seba Pinna e Garau, non proprio casteddaio ma comunque sudista), gli altri sardi (Panetto, destinato a rimanere quasi un decennio), i continentali (tra i quali Federico e De Angelis, acquisti tardivi e decisivi), gli stranieri (oltre Teo il carneade Tzivanakis, più studente che calciatore), i raìs dello spogliatoio (Garau il guerriero, ancora lui), i suoi pupilli (Amoruso su tutti, e Chechi), quelli che non lo amano (Rivolta e Levacovich, per esempio) e quelli che lui poco sopporta ma è costretto a sopportare perché non ha grandi alternative (Lacrimini). Il giorno del trionfo, due settimane dopo, mentre nello stadio gonfio di orgoglio e sassareseria Torres attuale e antica si sfidano in un pomeriggio di festa e amarcord, al “quadrato” un piccolo grande attaccante sassarese porta il suo pastore tedesco a spasso. Francolino Fiori, scaricato prima dell’inizio della stagione insieme a Pani sull’altare di una squadra senza star e spaccaspogliatoi, ha appena vinto lo stesso campionato (nell’altro girone) con lo Spezia, e ne porta i segni nei capelli color platino. Si gode la festa a margine, senza sapere esattamente se essere triste o felice. Meccanismo inconsapevole, anche lui, di un anno in cui tutto doveva andar bene.

2010 - (Renzo Sanna per Amst1903) - l'utilizzo del testo è consentito citando la fonte